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Di.

Alberico Sala

”Corriere della Sera”, 20 maggio 1990

 

Spicca una confidenza di Mario Luzi, in un’apertura dell’elegante volume dedicato a Quaderno gotico, la raccolta del poeta che ha inaugurato (precisa Carlo Bo, nella prefazione) la sua stagione della maturità: “Si raccontano male questi minimi avvenimenti […] sogno di dire a qualcuno che li fila nel tempo e li riprende…”.
L’invito è stato accolto da Nino Lupica. La sua mostra, Quaderno gotico, la parola di Luzi e lo sguardo di Lupica, dopo Strasburgo e Firenze è, ora, a Lecco (la città dove l’artista vive e lavora), nelle stanze di Villa Manzoni che, nel 1982, ospitarono le “Riflessioni figurative su momenti de I Malavoglia”, dove si ricordava l’annuncio del romanziere catanese: “… una specie di fantasmagoria”. Per Luzi rinviene una delle liriche ispirategli dall’infanzia senese: Finché nel furore cromatico.
Sono immagini che portano nel magma (un'altra parola luziana) delle riflessioni (più che riflessi di Nino Lupica, al quale Bo riconosce, anche, il merito di aver riproposto, alla nostra meditazione sui destini della poesia, quel “libro indimenticabile […] una chiave per il Luzi delle grandi affermazioni”.
Aggiunge Bo, e siamo al cuore dell’operazione, dell’alleanza tra parole colore segno (da Roberto Longhi a Carlo Ludovico Ragghianti da Michael Butor ad Andrei Belyj sulle affascinanti corrispondenze, sull’illusorio confine mentale fra immagine e scrittura) che Nino Lupica “ha restituito come meglio non si sarebbe potuto il senso del grumo lirico del Quaderno, per cui la rispondenza con il testo è più che assicurata, è difesa”.
Parallela alla costante speculativa di Luzi, nell'intimo della matassa lirica, alla registrazione degli avvenimenti minimi o “interi”, si pone la ricerca di Nino Lupica, nel grumo cromatico, nella trama dei segni, investiti da un vento "a flotti interstellare", "Vento di mutazione".
Il volume, che accompagna la mostra, reca anche gli apparati critici e filologici di Eligio Cesana e Stefano Verdino. Sottolineano, giustamente, come Lupica eviti gli stilemi convenzionali, propri dell'idea del gotico (una sorta di Gotich Graffiti), e i rischi di una trasposizione dei luoghi ricorrenti del testo poetico. Sono disegni e gouaches che si organizzano liberamente, con grande carica suggerente, da una sorta di sinopia figurale, creature e paesaggi, cresciuti dai semi delle parole.
La tensione di Nino Lupica (tocca qui il punto più incandescente, e coinvolgente; basta paragonarla, in quest'aria del lago, alle "Riflessioni figurative su I Promessi Sposi del 1984), corrode e stimola la materia pittorica, lo scorrere e il fissarsi dell'umore tenero o acidulo, delle muffe, delle abrasioni e contaminazioni, in un dibattito fra termini supremi, ai confini dell'espressione: "Rare immagini deste nella mente".