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Di.

Raffaele De Grada

Presentazione della mostra a Palazzo Sormani - Milano, 1991

 

Per lo più i classici vengono letti oggi per senso del dovere (a scuola) o per quanto riguarda i contenuti che riflettono i problemi del loro tempo (le persone colte). Lo scrive György Lukács riferendosi ai classici “moderni”. Figurarsi gli antichi. «Ma - aggiunge Lukács - per distrarsi, per divertirsi, si divorano i romanzi polizieschi. La televisione ha accentuato il fenomeno e ora il massimo ascolto televisivo e’ dato dai film di trama poliziesca».
Sembra che Lupica abbia tenuto conto di questo stato di cose. Con un grande coraggio ha affrontato il poema dantesco fornendoci una pittura appassionata sui temi multiformi suggeriti dalla Divina Commedia. Il suo metodo però non è quello di prendere spunto dal tema per inventare ma piuttosto per scoprire ciò che può apparire ancora come reale nel poema. Ne deriva non tanto una descrizione illustrativa ma un parallelo poetico con il poema di cui si sottolineano metaforicamente le analogie con il mondo contemporaneo. Quante volte ci siamo visti sbarrare la via da quella «fera dalla gaietta pelle», dalle tante lonze che ci siamo trovati nella strada della vita, quante volte abbiamo incontrato «le genti dolorose ch’hanno perduto il ben dell’intelletto», quante «ombre triste mozzicate»!
Lupica tuttavia non calca la mano su queste analogie, le sottintende, non si ispira tanto alla descrizione del contenuto drammatico ma ne rileva la solennità epica del passato lontano e ormai metafisico: «la bufera infernal che mai non resta» trae la sua solennità dall’articolazione cromatica dei rossi sanguigni, dal fugace disordine delle ombre nere che appaiono e scompaiono come orribili ectoplasmi. Eppure questo intento al sublime dell’atto raffigurato non toglie al seguito di queste carte l’impazienza del racconto.
Queste opere di Lupica hanno una esemplare continuità stilistica. Essa gli deve essere riconosciuta fin da una sua mostra del 1972 alla Galleria Gianferrari dove era già ben pronunciato un suo gusto al racconto d’eccezione che questi fogli danteschi riconfermano. Non si presentava come un pittore di paesaggi e di nature morte ma come un indagatore di destini umani. Elda Fezzi ben lo definiva: «Nei fogli di Nino Lupica affiora una dimensione complessa che, pur esponendosi con un eccesso di inserimenti, tende a segnalare, in modi linguistici di una pregnanza quasi ossessiva, l’impatto della memoria dell’essere con le vicende e le situazioni umane nel mondo». È quanto dire che Lupica tende a descrivere come immaginazione del presente ciò che la sua esperienza umana ha sedimentato in un passato che egli legge con piena conoscenza.
Ciò fa di Lupica naturalmente un amico di letterati e il suo consorzio con il poeta Mario Luzi, di cui egli ha visualizzato i poemi, sta a dimostrarlo. Per questa sua qualità tanto diversa dal comune egli ha anche incontrato la simpatia e la stima di quella grande artista tedesca che è Lea Grundig che con il marito Hans ha rappresentato il meglio del “realismo critico” tedesco dopo Grosz e i maestri degli anni trenta. La Grundig vedeva in Lupica, nel 1976, un rafforzamento degli elementi realistici. «Non sono solamente tormentosi sogni con figure misteriose dell’intelletto addormentato - scriveva la Grundig - ora sono sveglie, chiare, non mormorano solamente ma parlano».
A tanti anni di distanza queste “carte” dantesche confermano il sereno giudizio della Grundig. Lupica tende ad annullare gli aspetti più pittoreschi, più superficiali, della descrizione. L’immagine del Conte Ugolino, di Minosse, di Caronte e quelle più generali delle “anime” non si rifanno per niente a quelle conosciutissime del Doré e di tutti gli illustri autori che hanno preso spunto dal Poema. Tuttavia è merito di Lupica di non essersi sottratto all’impegno dell’epica dantesca rifugiandosi nel simbolo, come è stato per esempio vizio dell’epoca liberty-art nouveau.
Lupica è a un punto molto avanzato della sua espressione. Dopo i riconoscimenti che gli sono giunti anche dalla critica internazionale (p.e. Ute Schuffenhauer del Museo di Berlino) e forse anche per i suoi ripetuti soggiorni in Spagna, lo stile di Lupica inclina sempre più a un profondo barocco. I suoi rossi accentuati, i suoi gialli improvvisi, quel modo di non perdere mai la traccia del disegno anche quando la tendenza è a generalizzare in uno spazio indistinto (un «aer perso» direbbe Dante) l’immagine del regno ultraterreno, lo distaccano dal formalismo dell’”informale” contemporaneo. Lupica non vuol piacere, vuole andare al fondo delle cose oltre la visione naturalistica.
Forse la nostra passione per il poema dantesco e la nostra stima per la cultura di Lupica ci avrebbero indotto a presentare queste “carte” di Lupica anche se fossero state buone illustrazioni in un contesto bozzettistico. Ma ciò che tendiamo a far rilevare è che il nostro pittore affronta con coraggio il tema dantesco come un grande problema dell’umanità di ieri e di oggi, una umanità disperata o fidente, mantenendosi l’Autore nelle due Cantiche più umane, l’Inferno e il Purgatorio.
Oggi nel declino dell’Informale, del trans e postavanguardie, nell’epoca del Moderno, postmoderno, del citazionismo e del concettuale, segnaliamo queste opere come un esempio di sintesi intellettuale, distinta dal particolarismo dei neoformalisti, come espressione di sentimenti diretti che non indugiano nel gusto descrittivo, nel piacere dell’inutile. Possiamo tranquillamente affermare che le “carte dantesche” di Lupica sono l’analogia delle sintesi dantesche, non una ripetizione descrittiva, umiliante, artificiosa ma tale da ricreare in noi le emozioni di una lectura Dantis, ciò che l’artista voleva e che a noi è utile.