Critica | José Francisco Yvars

YVARS
Testo del catalogo della mostra "El Gran Teatro del Mundo" tenutasi presso la Real Academia de España en Roma, 25 febbraio - 20 marzo 2014
Sguardi incrociati
Vedere è un atto creativo che richiede sforzo, osservò sagacemente Henri Matisse. La sagacia, in effetti, ispira l’approccio intuitivo e perspicace di Nino Lupica alla produzione drammatica di Calderón e trasforma Il gran teatro del mondo in una metafora incisiva della ricerca concettuale –o meglio, l’indagine– del destino, sempre nascosto tra le velature del caso e il carattere dei protagonisti in un dramma inusuale misto alla tragedia. È stato Walter Benjamin, quell’insolito personaggio oracolare, colui che, in Origine del dramma moderno, ha caratterizzato enigmaticamente i modelli espressivi di Calderón come azioni miniaturizzate d’intenzione ludica predisposte per la riflessione. Buona e polemica considerazione. Per Benjamin, il mondo di Calderón ci si presenta chiuso in se stesso, ma è “sublunare” e vicino, il che autorizza l’avvicinamento ironico, insisto, tracciato inoltre in trama barocca: la controriflessione, il gioco di spazi e quella fuga arrogante verso il raccoglimento che prelude l’egolatria romantica. Il dramma tragico di Calderón – chiamiamolo così – si distingue da altre narrative epiche del suo tempo per il fatto di preferire la notte al giorno, di evocare una tensione “fantasmagorica” che lo allontana allegoricamente dal Secolo d’Oro ispanico e lo trasforma in un sinuoso spazio simbolico in cui i personaggi non sono mai quello che rappresentano allo sguardo dello spettatore del XXI secolo educato, quanto meno, a una realtà virtuale. La linea drammatica di Calderón che domina Il gran teatro del mondo accentua – ora sì alla perfezione per il pittore meridionale Nino Lupica – un paradigma fruttifero e visualizza non un mito in chiave ermetica ma in allegoria – i riferimenti sono lì – che colloca l’uomo di fronte al mondo. Nell’elevata postazione che lo scorge come un gran teatro nel quale è obbligato a recitare un ruolo senza conoscere neanche né avere coscienza degli strascichi delle sue azioni. L’autore, attraversato ora da un’impronta di vita, proclama ad alta voce un verdetto che aggiunge al mutante albero della vita rami frondosi che celano il fitto paesaggio nel quale si svolge il dramma umano: tutto è diverso e, al contempo, simile, oscuro e diafano al caso dello sguardo perso tra le foglie. Nino Lupica costruisce dinanzi ai nostri occhi uno stratagemma perfetto, un affascinante mondo d’arte con i vimini della memoria e il ricordo e il contributo decisivo della cultura saggia della vecchia tradizione della parola, ma la intreccia col discorrere laborioso delle forme plastiche che mutano e il ritmo cifrato delle pulsioni intuitive sensibili. Disegno e chiaroscuro, tracciatura e struttura, immagine e figura. La voragine di motivi estetici e visivi che configurano, definitivamente, una potente proposta etica. Nel panorama artistico proposto da Nino Lupica spicca la sua versatilità: né le forme d’arte restano divorate dalla rinsecchita intonazione dell’aforisma trascendente, né dissolte in un universo di frammenti policromi. Non ammutoliscono mai dinanzi alla bellezza inattesa di una fortuita congiura classica, quella cadenza continua della figurazione barocca castigliana. L’opera d’arte, il lavoro delle forme che Lupica sintetizza in un devoto tributo a Calderón è lucido e abbagliante da un punto di vista estetico: invoca figure e motivi che collaborano e acquistano protagonismo indicativo lungo tutta la narrazione incompiuta della parodia umana, in quanto si affermano in qualità di accecanti centri attivi che ci piegano con la loro intensità ed energia al di là del tempo. Paesaggi del sogno che ci parlano, con pungenti verbi sonori, di arcani meandri di senso e penombra e presentano all’opinione perplessa del lettore un dramma ignudamente plastico, talvolta sereno e talvolta aggressivo. Strani personaggi della notte scompigliati, spezzati nel piano tangente della carta o inquietanti creature diurne che acquisiscono dimensioni e fattezze apocalittiche, con ombre schive su una terra consumata. L’abile mano del pittore – è conveniente ricordarlo – rifonda “Fiamma e lampo” sulla tavola instabile e ambigua dell’arte, segrete orografie di colori crepuscolari e dubbiose scie di desiderio e realtà. Un passaggio con figure che parlano senza dire – superba parafrasi – e ci allertano dinanzi lo sfidante percorso di orme nel quale sembra difficile indovinare il vero cammino. Torno a Walter Benjamin: l’artista cancella deliberatamente qualsiasi traccia che possa rivelare, tradire le risorse stilistiche dell’opera d’arte. “L’esistenza dei contenuti obiettivi resta celato in un fascio di significati sempre allegorici, ingarbugliate creature dell’ironia, il doppio senso e la dispersione”. Lo stato invisibile, in ombra, dell’opera d’arte, il suo valore atemporale che fa diventare Calderón nel nostro contemporaneo e l’artista nell’interprete privilegiato di una versione personalizzata e viva del dramma schivo dell’uomo in tempi di carenza e precarietà. D’indifferenza emotiva
“Potrei correggere, è vero,
gli errori in cui sono caduti,…
.. in quella confusione
dove agiscono tutti uniti
io li guardo a uno a uno…”

Lupica c’introduce lentamente, di nascosto, in un lento labirinto d’immagini e di forme nitide in un dialogo aperto con Calderón, il cui magnetico discorso umanista – Il gran teatro del mondo – avvicina lo spettatore attraverso concise equivalenze poetiche, la tacita verità dell’arte. L’unica certezza verosimile, e persino credibile, alla portata dello sconcertato abitante di questo mondo minaccioso, prigioniero forgiato degli ingannevoli messaggeri della vita.
La meditazione provvidenziale di García Lorca – sempre nella tradizione ispanica della resistenza – consente a Nino Lupica l’incursione necessaria che attenua il terso esame calderoniano: s’infila senza chiedere permesso nel rumore della strada e nel fragore vitale di personaggi e motivi, semplicemente infranti e sconfitti nella contesa. La terribile esperienza di vivere che opprime Calderón e presenta echi unamuniani, che così crudelmente si adeguano allo squarcio celato e silenziato, quasi clandestino della tragedia ancestrale lorchiana. La voce di coloro che non si disperano perché non sperano mai. Destino crudele. Ascoltiamo nuovamente Walter Benjamin che si abbandonò alla morte a Port Bou, sulla frontiera spagnola, nell’infausto autunno del 1940. Proprio ieri. “Lo sguardo dell’artista, ci piaccia o no, è lo sguardo sospettoso e inquisitivo dell’altro, del resto”. Avventura nel cosmo di forme vive, di dimensioni colossali, capace di temprare l’insaziabile nostalgia utopica dell’uomo. Ieri e oggi, quella è la sua grandezza. “L’ansia di trascendenza, la sete di bellezza, l’attaccamento alla solitudine e al silenzio della notte hanno in Calderón una radice mistica che lo allinea con i mistici del suo tempo”, scrisse Dámaso Alonso, poeta che funse da critico in un’occasione memorabile forse in modo premonitorio. La pungente inquietudine che infiammava Matisse, già nello sdrucciolevole territorio dell’arte, stimola Nino Lupica quando aveva già fatto esclamare al poeta Gotfried Benn in un momento di chiarezza in attesa: “La morale dell’arte è la sua forma”.

(Traduzione di Rocío Luque)

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